Visitare Lecco

di | Maggio 21, 2019

Castello dell’Innominato

Venendo da Calolzio, sul confine con la provincia di Bergamo, si ammira subito lo sfondo manzoniano e lo sguardo si sofferma su uno sperone del Magnodeno, sul quale giace l’eremo di S.Gerolamo.
Vi si giunge da Vercurago per una stradicciola, erta ma comoda fino a Somasca. Costeggiando un sentiero fiancheggiato da cappellette, si arriva fin sopra l’eremo, ove la tradizione colloca il castello dell’Innominato. L’antica bicocca ha una torre residua, alta sul lago di Olginate, da cui si contempla la placida distesa nel suo svariato panorama. Più sotto, dall’altro lato, è visibile la cascina della bicocca, in altri tempi “la taverna della Malanotte”.
Proseguendo lungo la statale, si arriva a Chiuso, che porta il vanto di essere stato la dimora del “sarto” e teatro della conversione dell’Innominato, operata dal cardinale Federico Borromeo.
Non v’è dubbio che Chiuso sia il paese della conversione dell’Innominato, per la ragione che nella prima edizione il Manzoni lo nominava espressamente.
“E’ l’unico paese del territorio che non è soggetto alla pieve di Lecco, e la disposizione della chiesa e della casa parrocchiale presentano i particolari indicati nel romanzo “. (L.Apostolo).

Chiesa di Pescarenico

Contiene una delle opere d’arte più singolari del Lecchese: si tratta di nove casette di vetro contenenti composizioni in cera policroma riferibili alla cultura napoletana del tardo Seicento; rappresentano sette scene di vita di Cristo e della Vergine e due scene della vita dei Santi Francesco e Chiara. All’interno una splendida pala dipinta da Giovan Battista Crespi detto Cerano (1600) illustra i patroni Francesco e Gregorio Magno adoranti la Trinità.

Pescarenico

… “E’ Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del Lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare…”. Dall’epoca della descrizione del Manzoni, ben poco v’è di cambiato.
Qualche casa abbellita e alcuni nuovi edifici danno un tono più moderno a questo lembo della vecchia Lecco.
Le stesse viuzze strettissime e casette addossate l’una sull’altra con ballatoi esterni di legno e brevi cortiletti, vi imprimono una speciale attrattiva. In piazza Padre Cristoforo si profila la parrocchiale dei SS. Lucia e Materno, l’antica chiesa del convento.
La prima pietra fu posta – come narra la “cronichetta” di fra’ Bernardo d’Acquate – nel maggio del 1576, per volere del governatore della Piazza di Lecco D. Giovanni Mendozza, Cavaliere di S. Jago.
Questi ottenne di poter fabbricare un convento che desse ai Cappuccini “maggior comodità di alloggiare nei passaggi che facevano venendo da Bergarno per andare a Como o a Domaso”.
A sinistra della parrocchiale trovasi la chiesetta dedicata a S. Gregorio, preesistente a quella dei Cappuccini.
Nella parrocchiale vi sono altari lignei, composizioni in cera a cartapesta, un dipinto del Cerano (1600). Del vecchio convento rimangono il cortile e alcune celle, oltre alla stanza dove fu ospitato per anni Antonio Stoppani, geologo lecchase. I1 caratteristico campaniletto a sezione triangolare fu ricostruito circa il 1715.

Casa di Lucia

… “Dominate da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch’era nel mezzo del villaggio, e, attraversandolo, s’avviò a quella di Lucia, ch’era in fendo, anzi un po’ fuori.
Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino”. (Cap. II). … “e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori, fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico…”. (Cap. Vlll).
La presunta casa di Lucia è sita nella frazione di Olate, designata da vari studiosi come il paesello degli Sposi. Attraverso un portale, decorate da un’Annunciazione cinquecentesca, si passa nel rustico cortiletto, dominate da una vecchia torre “colombera”.
La tradizione ricorda un’altra casa di Lucia in via Resegone, nella frazione di Acquate, dove si trova un’antica trattoria e dal cui cortile si osserva chiaramente la collina del Palazzotto di Don Rodrigo.

Palazzotto di Don Rodrigo

…”Il palazzotto di Don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza di una bicocca, sulla cima di uno dei poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera… Appiè del poggio, dalla parte che guarda verso mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di Don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno”. I1 palazzotto della creazione artistica del Manzoni è situato sul promontorio dello Zucco, sopra Olate.
Vi si arriva imboccando una “viuzza a chiocciola” che porta fino alla piccola spianata antistante. Risalente al ‘500, fu costruito dai nobili Arrigoni di Introbio.
Tra i vecchi proprietari vi fu un conte Salazar, di origine spagnola.
II palazzotto appariva nella identica descrizione de’ “I Promessi Sposi” sino al 1938, data dei rifacimenti, che ampliarono la torretta, ricostruendola più bassa, e le finestre come appaiono tuttora. Fu luogo di raduno dei patrioti del 1848.

Chiesa di Don Abbondio

La chiesa di Olate, dedicata oggi ai Santi Vitale e Valeria, era la parrocchiale del villaggio (in realtà oggi Olate è un rione di Lecco) natale di Lucia.
Secondo una tradizione ancora oggi viva tra chi sceglie di celebrare matrimoni con il rito cattolico, sede della cerimonia deve essere la parrocchia della sposa. Seguendo quindi questa tradizione proprio il parroco di Olate (nei Promessi Sposi don Abbondio) avrebbe dovuto officiare le nozze di Renzo e Lucia.
Tutti sanno come poi le vicende del romanzo hanno reso travagliato questo matrimonio, sta di fatto che viste le origine piuttosto antiche della chiesa di Olate, il Manzoni deve aver fatto certo riferimento a quella che ancora oggi è sede di una delle parrocchie di Lecco.
Inoltre la presunta casa di Lucia (è molto meno che Manzoni abbia effettivamente fatto rifermento a una vera casa del rione) si trova a non più di 50 metri dalla piazza antistante la chiesa.

Villa Manzoni

La casa del Manzoni al Caleotto è sempre stata fonte di non poca attrattiva: il fatto che il poeta vi abbia trascorso parte della giovinezza e che qui sia scaturita la trama del romanzo avente per fondale il nostro paesaggio, ha costituito un valido motivo per l’interessamento di una vasta cerchia di amatori.
Effettivamente Alessandro Manzoni, che era nato a Milano nel 1785, passò qui al Caleotto buona parte dell’infanzia e della giovinezza. Nella originaria i Manzoni si trasferirono circa nel 1620 dalla Valsassina; la villa dovette poi subire radicali modifiche.
Secondo il Polvara, l’edificio fu ricostruito includendo parte di fabbriche più antiche (in una vi era la data 1648), non prima del 1770, essendone stato architetto l’abate Giuseppe Zanoja, canonico di S.Ambrogio e professore di architettura all’Accademia di Brera.
Alessandro Manzoni, che fu primo deputato in alcuni “Convocati Generali” del Comune di Lecco tra il 1816 e il 1817, dovette vendere tutta la proprietà del Caleotto alla famiglia Scola nel 1818.
Tornò l’ultima volta nel 1821 per portarsi a Milano il fido servitore Comino. Sul fronte del palazzo avito è murata una lapide dettata da Cesare Cantù:
ALESSANDRO MANZONI IN QUESTA VILLA SUA FINO AL 1818 SI ISPIRAVA AGLI “INNI” ALL’”ADELCHI” AI “PROMESSI SPOSI” OVE I LUOGHI, I COSTUMI, I FATTI NOSTRI E SE STESSO IMMORTALAVA
La famiglia Scola
Nel 1° centenario 7 Marzo 1885
A perpetuo culto pose
Caratterizzano la Villa, a piano terreno, gli ambienti di vita famigliare e i rustici delle scuderie; nel perimetro è compresa la neoclassica Cappella dell’Assunta, dove riposano le spoglie del padre del Poeta, Don Pietro Manzoni, morto nel 1807.
Nella Villa si trova la Pinacoteca comunale ricca di dipinti di Scuola Lombarda del ‘600 e ‘700, nature morte, ritratti dell’ottocento, ecc…
Sono esposti inoltre vari quadri del lecchese Carlo Pizzi dedicati alla Città; pitture e sculture contemporanee da Dorazio a Baj a Cavaliere donate da un gruppo di “Amici del Museo”. Notevole è il salone centrale, con decorazioni classicheggianti, da alcuni attribuite a rimaneggiamenti voluti dallo stesso Romanziere; nelle sale sono custoditi vari ricordi di famiglia.

Ponte Azzone Visconti

Denominato dai lecchesi “Ponte Grande”, esso segna “il punto in cui il Lago cessa, e l’Adda rincomincia”.
Venne fatto costruire da Azzone Visconti, figlio di Galeazzo, tra il 1336 e il 1338, per collegare più comodamente Lecco con Milano e per completare il sistema difensivo della contigua piazzaforte.
Inizialmente aveva otto arcate; Giovanni I Visconti, arcivescovo e signore di Milano, ne aggiunse due (a ponente).
Nell’anno 1440 i comaschi, nell’intento di allargare l’alveo dell’Adda, vollero aggiungere a proprie spese l’undicesima arcata.
Rovinato in parte durante le guerre di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, fratello di Pio IV e zio di San Carlo (1528-1532), fu restaurato nel 1609 dal conte di Fuentes, governatore di Milano.
Il ponte era munito di torri e ponti levatoi, eliminati prima del 1830. Su una testata del ponte vigilava un tempo la statua di S. Giovanni Nepomuceno, ora a Castello, e al centro si poteva ammirare una cappelletta con la Madonna, conservata nel civico museo.
Restaurato più volte e modificato nella parte superiore per allargarne la sede viaria, ora il ponte con le sue undici arcate (tra loro diverse tra pila e pila), è lungo m. 131 e largo m. 9,05.

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